Aldo Farias - Languages
I Nuovi linguaggi di Aldo Farias
E’ un disco, “ Languages” presentato prima all’Around Midnight e poi alla Feltrinelli di Napoli, in cui il chitarrista Aldo Farias sembra tirare le somme dell’attività sin qui svolta.Una meta importante, raggiunta a quarantasei anni, pienamente matura dopo otto precedenti album firmati da solo o in gruppo, un escalation significativa in termini compositivi (qui otto dei nove brani sono suoi) ed esecutivi.Anche perché parliamo di jazz, un linguaggio che oggi va al di là delle forme stilistiche storicamente nate negli Stati Uniti, patria della musica afro-americana. E Farias, che possiede anche una solida impostazione classica e melodica-mediterranea, lo sa bene, muovendosi con scaltrezza fra ortodossia e innovazione.Il brano che apre il cd si intitola “One For Bud” ed è un omaggio al grande Powell, uno dei maestri del Be Bop, un’impostazione a cui Farias resta fedele e che segna gran parte degli assoli del disco.Basti pensare a “ Ortigia” in cui nitido è il tema di chitarra all’unisono con il sax di Daniele Scannapieco,che apre poi le porte ai vari e coerenti chorus improvvisativi.Mentre “ Mytikas” conferma anche grazie all’uso della chitarra classica le traiettorie che legano Napoli alla Spagna e alla Grecia.Ed ancora l’ancestrale “ Echoes from Africa”, il più “hard” “ Praga” ed il caraibico “Enjoy your life”.Fra gli altri “tributes” c’è “Blues for Dolphy” e lo standard “ I fall in love too easily”.Tutti a proprio agio gli altri musicisti : il fratello Angelo al basso, Giovanni Amato alla tromba,il batterista Alberto D’Anna alla batteria e il già citato Scannapieco al sax.
Stefano de Stefano (Corriere del Mezzogiorno)
Farias, i «linguaggi» di una chitarra tra melodia e jazz
Il rinascimento chitarristico campano (Antonio Onorato, Pietro Condorelli, Oscar Montalbano) vede in Aldo Farias (nella foto) uno dei protagonisti più originali, saldamente ancorato al background jazzistico, ma capace di iniettarvi sottopelle un gusto melodico che tradisce volontariamente le sue radici partenopee. «Languages», il suo nuovo cd edito dalla Splasc(h), riparte da una padronanza tecnica che permette a Farias di non puntare sul virtuosismo, anzi di dividere onori e oneri, oltre che con la sezione ritmica formata dal fratello Angelo al basso e da Alberto D’Anna alla batteria, con due solisti in fase di grande spolvero come il sassofonista Daniele Scannapieco e il trombettista Giovanni Amato. I linguaggi evocati dal titolo sono quelli della tradizione afroamericana e mediterranea, cui le sei corde del jazzista fanno da ponte, permettendo innesti leggeri, ma sensibili, crossover di dna che delineano composizioni strutturalmente ben costruite, ma soprattutto illuminate da piccole nuances melodiche. Se «I fall in love too easily» appartiene al canzoniere dorato di Kahn & Styne ed è ormai uno standard rodato, gli altri otto brani sono scritti da Farias, che passa da «Echoes from Africa» a un dolente «Blues for Dolphy», da «One for Bud» a «Leonardo», toccando mete come «Ortigia» o «Praga», nate come su un taccuino di viaggio e così rese al giudizio dell’ascoltatore. L’attrazione verso la cantabilità dei temi allontana Farias & company verso sperimentalismi più o meno astrusi e se non li conduce su liti innovativi regala comunque un marchio stilistico rinvigorito da un interplay frutto di un lungo lavoro tra club e jazz festival. Ogni tanto un’intonazione ironica (l’inizio di «Praga», ad esempio, o il divenire di «Enjoy your life») connota un lavoro che trova nelle tre voci soliste le sue armi migliori: Farias passa dalla chitarra acustica a quella elettrica senza rinunciare all’uso - cum grano salis - di quella synth, Amato e Scannapieco incrociano le ance nel nome di quella maturità del jazz campano che è ormai sotto gli occhi di tutti, anche se non sufficientemente sostenuta e analizzata da addetti ai lavori esclusivamente attenti all’aspetto mercantile della moda jazzistica per poter programmare autentici piani di marketing e di promozione artistica.
F.V. (il Mattino)
recensione:
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