Originali, ma non si direbbe. Almeno a giudicare dalla cesellatura di queste composizioni, tutte di una freschezza coinvolgente e tutte scritte da Aldo Farias, ad eccezione di I fall in love too easily.
Si potrebbe dire: “un lavoro americano”, non fosse per i titoli che ci conducono verso dimensioni apparentemente differenti.
Languages, del chitarrista napoletano Aldo Farias, è un’opera che penetra subito nella mente. Le visioni dell’ascoltatore si lasciano trasportare da umori che spaziano dal Coltrane dei primissimi anni ‘60 all’elegante impasto swing alla George Shearing. Ricerca e raffinatezza quindi, non senza rinunciare a quel deciso swing di impronta bop. Un’analisi forse scontata, al solo leggere i nomi che compongono il quintetto. Oltre a Farias, gran parte del merito di questo interessantissimo lavoro va ascritto infatti ai componenti: ai fiati di Giovanni Amato e Daniele Scannapieco (tromba e sax) e alla ritmica di Angelo Farias e Alberto D’Anna, rispettivamente al basso e alla batteria. Nulla di scontato, o quasi. Farias si dimostra solista maturo e attento, profondo conoscitore del lessico jazzistico, pulito nel suono e compositore di rara raffinatezza. Non riesco tuttavia a trovare, se non in alcuni accenni, quello smaccato climax “mediterraneo” che ostinatamente e scontatamente si vorrebbe affibbiare a tutti i musicisti di casa nostra, specialmente se provengono da aree geografiche come la Campania o la Sicilia. Per Languages utilizzerei piuttosto un aggettivo come “solare”, specialmente per descrivere composizioni come Leonardo e Enjoy your life: calypseggianti, avvolgenti, squisitamente rollinsiane (inutile aggiungerlo). Questo gusto solare emerge anche in Mytikas, dove Farias lascia trasparire tutta la sua poetica attraverso l’uso del pizzicato acustico, memore di trascorsi classici. Le scale si inseguono fino a lambire lidi orientaleggianti e spagnoleggianti, scanditi da un’incalzante azione di basso e batteria. È Ortigia (che insieme a One for Bud), può rimandarci agli incisi storici di Shearing, mentre Blues for Dolphy è un delizioso interplay dove si avvicendano gli eloquenti interventi dei musicisti, a costo di ripetermi: mai scontati.
Gino Fortunato - Jazz Convention
I Nuovi linguaggi di Aldo Farias
E’ un disco, “ Languages” presentato prima all’Around Midnight e poi alla Feltrinelli di Napoli, in cui il chitarrista Aldo Farias sembra tirare le somme dell’attività sin qui svolta.Una meta importante, raggiunta a quarantasei anni, pienamente matura dopo otto precedenti album firmati da solo o in gruppo, un escalation significativa in termini compositivi (qui otto dei nove brani sono suoi) ed esecutivi.Anche perché parliamo di jazz, un linguaggio che oggi va al di là delle forme stilistiche storicamente nate negli Stati Uniti, patria della musica afro-americana. E Farias, che possiede anche una solida impostazione classica e melodica-mediterranea, lo sa bene, muovendosi con scaltrezza fra ortodossia e innovazione.Il brano che apre il cd si intitola “One For Bud” ed è un omaggio al grande Powell, uno dei maestri del Be Bop, un’impostazione a cui Farias resta fedele e che segna gran parte degli assoli del disco.Basti pensare a “ Ortigia” in cui nitido è il tema di chitarra all’unisono con il sax di Daniele Scannapieco,che apre poi le porte ai vari e coerenti chorus improvvisativi.Mentre “ Mytikas” conferma anche grazie all’uso della chitarra classica le traiettorie che legano Napoli alla Spagna e alla Grecia.Ed ancora l’ancestrale “ Echoes from Africa”, il più “hard” “ Praga” ed il caraibico “Enjoy your life”.Fra gli altri “tributes” c’è “Blues for Dolphy” e lo standard “ I fall in love too easily”.Tutti a proprio agio gli altri musicisti : il fratello Angelo al basso, Giovanni Amato alla tromba,il batterista Alberto D’Anna alla batteria e il già citato Scannapieco al sax.
Stefano de Stefano - Corriere del Mezzogiorno
Il nono album del chitarrista napoletano Aldo Farias profuma di mare e di sole nel suo incedere deciso e concreto verso scenari che si ispirano alla musica fusion per metter in campo un progetto ben realizzato e di piacevolissimo ascolto. I quattro musicisti che lo accompagnano in questo Languages sono il fratello Angelo Farias al basso, il batterista Alberto D’Anna, il saxofonista Daniele Scannapieco e il trombettista Giovanni Amato. L’assenza di tastiere rende la musica più asciutta e netta, poco appiccicosa, come un bel mattino nel golfo di Sorrento.
Otto delle nove composizioni utilizzate sono state scritte proprio da Aldo Farias che si conferma uno dei chitarristi italiani più preparati, non solo dal punto di vista esecutivo, ma anche da quello compositivo. I riferimenti sono al jazz e alla fusion degli anni ottanta e novanta, spesso profumati di be-bop e di jazz modale, con una evidente attenzione per la cantabilità dei temi e delle linee solistiche. Non mancano tinte latineggianti che fanno pensare a certe cose di Chick Corea. La conclusiva “I Fall in Love Too Easily” è uno standard battutissimo dai chitarristi di tutto il mondo e la versione di Farias è delicata e sognante, ha un suo senso logico e una sua dignità ben avvertibile. Lo sguardo corre inevitabilmente un po’ all’indietro, ad omaggiare quei chitarristi americani degli anni cinquanta e sessanta che certamente sono una delle fonti di ispirazione primarie per il chitarrista campano. Senza però perdere la solarità e la dolcezza dell’incedere mediterraneo.
Farias si alterna fra chitarra elettrica e chitarra acustica, con un buon gusto per il fraseggio ben articolato negli assoli e nell’esposizione tematica e con ottime scelte per le parti di accompagnamento, che svolge con buona souplesse ritmica e ottima sensibilità armonica. I suoi compagni di viaggio lo assecondano molto bene, con i due fiati pronti ad intervenire per sostenere la loro parte negli spazi lasciati all’improvvisazione. Nulla di nuovo sotto al sole, ma è giusto segnalare un buon album suonato con competenza e con dedizione.
Maurizio Comandini - All About Jazz
…Aldo Farias uno dei protagonisti più originali, saldamente ancorato al background jazzistico, ma capace di iniettarvi sottopelle un gusto melodico che tradisce volontariamente le sue radici partenopee. «Languages», il suo nuovo cd edito dalla Splasc(h), riparte da una padronanza tecnica che permette a Farias di non puntare sul virtuosismo, anzi di dividere onori e oneri, oltre che con la sezione ritmica formata dal fratello Angelo al basso e da Alberto D’Anna alla batteria, con due solisti in fase di grande spolvero come il sassofonista Daniele Scannapieco e il trombettista Giovanni Amato. I linguaggi evocati dal titolo sono quelli della tradizione afroamericana e mediterranea, cui le sei corde del jazzista fanno da ponte, permettendo innesti leggeri, ma sensibili, crossover di dna che delineano composizioni strutturalmente ben costruite, ma soprattutto illuminate da piccole nuances melodiche. Se «I fall in love too easily» appartiene al canzoniere dorato di Kahn & Styne ed è ormai uno standard rodato, gli altri otto brani sono scritti da Farias, che passa da «Echoes from Africa» a un dolente «Blues for Dolphy», da «One for Bud» a «Leonardo», toccando mete come «Ortigia» o «Praga», nate come su un taccuino di viaggio e così rese al giudizio dell’ascoltatore. L’attrazione verso la cantabilità dei temi allontana Farias & company verso sperimentalismi più o meno astrusi e se non li conduce su liti innovativi regala comunque un marchio stilistico rinvigorito da un interplay frutto di un lungo lavoro tra club e jazz festival. Ogni tanto un’intonazione ironica (l’inizio di «Praga», ad esempio, o il divenire di «Enjoy your life») connota un lavoro che trova nelle tre voci soliste le sue armi migliori: Farias passa dalla chitarra acustica a quella elettrica senza rinunciare all’uso – cum grano salis – di quella synth, Amato e Scannapieco incrociano le ance nel nome di quella maturità del jazz campano che è ormai sotto gli occhi di tutti, anche se non sufficientemente sostenuta e analizzata da addetti ai lavori esclusivamente attenti all’aspetto mercantile della moda jazzistica per poter programmare autentici piani di marketing e di promozione artistica.
Federico Vacalebre - IL Mattino
-- Download Languages in PDF --